Ogni tanto qualcuno me lo chiede.
“Ma qual è stato il tuo primo vero lavoro messo online?”
Domanda semplice, risposta meno semplice. Perché quando inizi a lavorare nel web, soprattutto se inizi da solo, senza maestri, senza agenzie alle spalle, senza corsi venduti a rate e senza il guru del momento che ti spiega come diventare ricco con tre plugin, il confine tra studio, esperimento e lavoro vero è molto sottile.
Per anni fai prove, smanetti, rompi cose.
Rimetti in piedi cose che hai rotto. Leggi guide scritte da gente che non conosci, su forum che oggi sembrano archeologia digitale.
Poi, a un certo punto, arriva qualcuno e ti chiede una cosa semplicissima: “Ma dato che sei sempre al pc, mi fai il sito web per la nostra azienda?”
E lì cambia tutto.
Quando “stare sempre al pc” era già una qualifica professionale
Il mio primo vero lavoro online per altri nacque così, da una domanda fatta da un amico di mio fratello.
Hanno una falegnameria artigiana e volevano un sito web.
Niente briefing, niente call conoscitiva, niente documento strategico, niente analisi del mercato, niente funnel, niente customer journey, niente “definiamo prima gli obiettivi di business”.
Solo una frase molto più diretta: “Sei sempre al pc, ci fai il sito?”
Che, tradotta, voleva dire: non abbiamo idea di cosa serva davvero, non sappiamo bene cosa chiederti, ma tu sembri quello più vicino a questo mondo.
E in effetti lo ero.
Non perché fossi già un professionista formato. Non perché avessi un metodo maturo, strumenti evoluti o una visione chiara di tutto quello che sarebbe arrivato dopo.
Lo ero perché passavo davvero tanto tempo davanti al computer. Leggevo, provavo, cercavo, studiavo. Facevo cose dietro le quinte, spesso senza sapere ancora che quelle cose sarebbero diventate il mio lavoro.
Era il tempo dei forum, non dei fenomeni su LinkedIn
Bisogna contestualizzare.
Parliamo di circa 20 anni fa, quando il web era un territorio molto diverso da quello che conosciamo oggi.
I social non avevano ancora invaso ogni conversazione professionale. Non c’erano reel motivazionali, post con caroselli tutti uguali, newsletter di esperti appena usciti da un corso, community piene di gente che ti spiegava come fare marketing dopo aver letto due thread.
C’erano i forum. E i forum erano una scuola durissima, ma preziosa.
Trovavi discussioni tecniche, risposte secche, utenti esperti che non ti regalavano niente. Se facevi una domanda stupida, spesso te lo facevano notare. Se non avevi cercato prima, te lo dicevano. Se volevi capire, dovevi leggere davvero.
Io leggevo tantissimo. HTML, CSS, WordPress, hosting, domini, ottimizzazione, link, title, description, parole chiave. Tutto sembrava enorme, confuso, a tratti ingestibile. Ma ogni pezzo nuovo si incastrava con quello precedente.
Quel sito per la falegnameria fu il momento in cui tutto ciò che avevo letto e provato in silenzio iniziò a diventare qualcosa di concreto.
Il sito era orribile. Ma era online
Lo dico senza romanticismi inutili: quel sito era brutto.
Brutto secondo gli standard di oggi, brutto probabilmente anche secondo qualche standard di allora.
Era un sito in WordPress, costruito con quello che sapevo fare in quel momento. Layout semplice, grafica molto artigianale, cura estetica limitata, qualche scelta che oggi non rifarei neanche sotto minaccia.
Ma era online. E questa cosa, per me, contava tantissimo.
Perché quando lavori sul tuo computer puoi sempre nasconderti dietro la frase: “sto facendo delle prove”.
Quando metti online qualcosa per un’altra azienda, anche se lo fai gratis, anche se lo fai per amicizia, anche se lo fai in cambio della famosa gloria, non è più solo una prova.
Qualcuno ti ha dato fiducia. Qualcuno ti ha detto: “ok, facciamolo vedere alle persone”.
E lì inizi a sentire il peso della responsabilità. Magari oggi fa sorridere, ma quel primo sito mi costrinse a cambiare prospettiva. Non dovevo più soltanto capire come mettere insieme una pagina. Dovevo iniziare a chiedermi: “Come faccio a far trovare questa azienda?”
Non bastava fare il sito: volevo portarlo in prima posizione
Quella fu la parte più importante.
Perché avrei potuto limitarmi a creare qualche pagina, inserire due foto dei lavori, scrivere una presentazione, mettere i contatti e chiuderla lì.
Invece iniziai a ragionare sul posizionamento su Google.
Non con la consapevolezza che ho oggi, sia chiaro. Non con gli strumenti che uso adesso. Non con l’esperienza maturata in anni di siti, campagne, clienti, dati, errori, correzioni, test e notti passate a chiedermi perché una cosa non stesse funzionando.
Ma la scintilla era già quella. Volevo che il sito si posizionasse. Volevo vedere quella falegnameria comparire tra i risultati di Google.
Volevo arrivare in quella benedetta, mitologica, desideratissima prima posizione. E sì, ci riuscimmo. Anche abbastanza velocemente.
Sì, era più facile. Molto più facile
Qui bisogna essere onesti. Oggi qualcuno potrebbe leggere questa storia e pensare: “Che fenomeno, primo sito e subito primo su Google”.
No. Calma.
La verità è che allora era tutto molto più semplice. I competitor online erano pochissimi. In certi settori locali, praticamente, non esistevano. Tante aziende non avevano un sito. Altre avevano pagine statiche abbandonate. Molte realtà artigiane lavoravano solo con passaparola, cartelli, biglietti da visita e conoscenze dirette.
Google non era quello di oggi. Non aveva la complessità attuale, non interpretava l’intento di ricerca come oggi, non mostrava SERP piene di mappe, annunci, box, immagini, risultati locali evoluti, recensioni, video, domande correlate e mille altri elementi.
Era un Google molto più semplice. Meno raffinato. Meno affollato. Meno competitivo.
Per alcune ricerche locali se avevi un sito decente, qualche testo sensato, un minimo di attenzione alle parole giuste, potevi ottenere risultati molto interessanti in tempi rapidi.
Quindi sì: arrivare primo fu una grande soddisfazione, ma non racconto questa cosa per vendere la favola del “basta poco”.
Racconto questa cosa perché per me fu la prima prova concreta che internet poteva generare lavoro vero.
“C***o, sta roba funziona!”
La conferma arrivò poco dopo. L’amico di mio fratello mi disse una frase che ancora oggi ricordo con un sorriso: “C***o, sta roba funziona!”
Li avevano contattati da una zona turistica molto esclusiva per rifare una villa. Il motivo? Avevano visto i loro lavori su internet.
Ecco, quella frase per me valeva più di qualsiasi corso.
Non perché avessi fatto il sito più bello del mondo. Non perché avessi creato una strategia perfetta. Non perché avessi già capito tutto.
Valeva perché dimostrava una cosa semplice e potentissima: un sito web, se fatto con un minimo di criterio, poteva portare richieste reali.
Persone vere. Telefonate vere. Lavori veri.
Non visualizzazioni da mostrare in una slide. Non traffico fine a se stesso. Non numeri messi lì per fare scena. Un potenziale cliente aveva cercato, aveva trovato, aveva guardato i lavori, aveva chiamato.
Quella fu la mia prima lezione seria di web marketing, anche se forse allora non l’avrei chiamata così.
In cambio della gloria, e andava benissimo così
Naturalmente, quanto guadagnai da quel lavoro? Praticamente niente. O meglio: guadagnai gloria.
E a ripensarci oggi, andava benissimo così. Non perché il lavoro gratis sia una regola da seguire. Anzi, chi lavora nel digitale deve imparare molto presto a dare valore al proprio tempo, alle proprie competenze e alle proprie responsabilità. Ma quel momento apparteneva a un’altra fase. Era il primo sito vero. La prima occasione.
La prima volta in cui qualcuno mi chiedeva di trasformare tutte quelle ore davanti al computer in qualcosa di utile per un’attività. In quel contesto la gloria aveva un peso enorme. Perché mi diede fiducia. Mi fece capire che forse quella cosa poteva diventare più grande.
Mi fece intuire che dietro un sito non c’era solo la parte tecnica ma un mondo fatto di visibilità, posizionamento, reputazione, contatti, opportunità.
Quel sito oggi è ancora online
La parte più bella, a modo suo, è che quel sito oggi è ancora online.
Non nella versione originale, per fortuna. È stato rifatto, aggiornato, sistemato. Come è giusto che sia.
Il web cambia, le aziende cambiano, le esigenze cambiano. Un sito non può restare fermo per sempre, soprattutto se deve rappresentare un’attività reale.
Ma sapere che quella prima traccia sia ancora lì, in qualche modo, mi fa sorridere.
Perché ogni professionista ha un punto di partenza.
C’è chi inizia con un cliente importante, chi con un progetto personale, chi con un blog, chi con una pagina Facebook, chi con un e-commerce, chi con un sito fatto per un conoscente.
Io ho iniziato con una falegnameria artigiana, un WordPress non bellissimo e una richiesta nata quasi per caso.
La prima posizione non era il vero risultato
A distanza di anni, se guardo quella storia con gli occhi di oggi, mi rendo conto che la prima posizione su Google non fu la cosa più importante.
Fu emozionante, certo.
Vedere un sito salire, trovarlo lì, davanti agli altri, sentire quella sensazione da “ce l’abbiamo fatta” era qualcosa di enorme.
Ma il vero risultato fu un altro. Il vero risultato fu capire che il sito doveva servire a qualcosa.
Non doveva essere solo una vetrina. Non doveva esistere perché “ormai ce l’hanno tutti”. Non doveva essere un biglietto da visita digitale buttato online.
Doveva aiutare un’azienda a farsi trovare, a mostrare il proprio lavoro, a ricevere richieste, a generare fiducia.
Questa idea, in forme molto più mature, mi accompagna ancora oggi.
Prima di parlare di grafica, plugin, colori, animazioni, effetti, strumenti e piattaforme, bisognerebbe sempre chiedersi: a cosa deve servire davvero questo sito?
Da quel sito brutto ho imparato molto
Quel primo lavoro mi ha insegnato più di quanto sembrasse.
Mi ha insegnato che il web premia chi prova davvero, non chi parla soltanto. Mi ha insegnato che anche un progetto piccolo può contenere una lezione enorme.
Ed è anche per questo che ancora oggi, quando faccio docenze e qualcuno mi chiede come iniziare, straconsiglio sempre la stessa cosa: studiate, leggete, fate teoria, ma cercate appena possibile un progetto reale. Può essere il sito di un parente, di un amico che ha un’azienda e non è ancora online, di un’associazione che porta avanti qualcosa in cui credete, dei volontari che si occupano di gatti randagi, della parrocchia, della squadra di calcetto di vostro nipote, ecc. ecc.
Non serve partire dal progetto perfetto. Serve partire da qualcosa di vero, con persone vere, esigenze vere e responsabilità vere.
Mi ha insegnato che il posizionamento non è un esercizio teorico: quando funziona può cambiare il modo in cui un’azienda riceve contatti.
Mi ha insegnato che bisogna essere onesti con i risultati, perché ciò che era facile allora oggi richiede metodo, dati, esperienza e una strategia più solida.
Mi ha insegnato che ogni professionista, prima o poi, ha avuto un sito brutto nel cassetto.
La differenza è che alcuni fanno finta di no. Io no.
Il mio primo vero sito per altri era brutto, era semplice, era “strano” e nacque da una frase detta quasi per caso.
Però funzionò.
E forse è proprio per questo che lo ricordo ancora con così tanto affetto.
