Ci sono eventi a cui partecipi perché il programma è interessante, perché ci sono professionisti che stimi, perché senti che può nascere qualcosa di utile.
Poi ci sono eventi che, oltre a tutto questo, ti ricordano una cosa molto semplice: dietro ogni consulente, ogni SEO, ogni Ads specialist, ogni copywriter, ogni formatore e ogni professionista del digitale c’è prima di tutto una persona.
Otellinando, l’evento organizzato da Fabio Antichi a Montecalvoli, per me è stato questo: un’occasione per uscire dalla routine fatta di call, schermi, messaggi, report, notifiche, dashboard e tab del browser aperte come se non ci fosse un domani.
E sì, quando lavori nel digitale sai benissimo di cosa parlo.
Passiamo giornate intere a parlare con clienti, colleghi e collaboratori attraverso uno schermo. Ci confrontiamo online, ci scriviamo, ci mandiamo vocali, condividiamo file, analizziamo dati, discutiamo di strategie, campagne, SEO, AI, contenuti e conversioni. Tutto molto comodo, tutto molto efficiente.
Poi arriva il momento in cui ti trovi davvero davanti a quelle persone. Le saluti, ci parli, ci ridi, ci prendi un caffè, scambi due battute fuori programma. Ed è lì che capisci quanto certi incontri servano ancora.
Servono eccome.
Un piccolo centro, una grande energia
La cosa che mi ha colpito di più di Otellinando è proprio il luogo.
Non Milano. Non Roma. Non una grande fiera con badge, stand, luci forti e corridoi infiniti.
Montecalvoli.
Un piccolo centro che, per due giorni, è diventato un punto di incontro per professionisti del marketing digitale arrivati da varie parti d’Italia. Questa, secondo me, è una delle parti più belle dell’evento: dimostrare che non serve per forza una grande città per creare qualcosa di forte.
Serve un’idea. Serve una visione. Serve qualcuno che ci creda abbastanza da mettere insieme persone, competenze, entusiasmo e un pizzico di sana follia organizzativa.
Fabio Antichi ci è riuscito.
Ha portato il digitale dentro una comunità locale, senza snaturarla. Anzi, valorizzandola. Perché quando un evento del genere arriva in un piccolo centro, non porta solo speech e networking. Porta movimento, curiosità, persone nuove, conversazioni, visibilità.
Fa conoscere un posto a chi magari non ci sarebbe mai passato. Fa vivere strade, spazi, attività, relazioni. Accende per qualche giorno una luce diversa su un territorio che merita di essere visto.
E questa, da persona che vive e lavora in Sardegna, è una cosa che sento molto. Talmente tanto che ci ho scritto anche la tesi di laurea sulle piccole comunità locali.
Il digitale non vive solo nelle grandi città
Nel nostro settore si tende spesso a pensare che tutto succeda nei soliti posti. Le grandi agenzie, i grandi eventi, le grandi città, i grandi nomi.
Poi partecipi a un evento come Otellinando e ti rendi conto che il valore può nascere anche altrove. Anzi, a volt, proprio lontano dai circuiti più prevedibili si creano le connessioni migliori.
Perché l’ambiente è più raccolto. Le conversazioni sono più vere. C’è meno distanza tra chi parla e chi ascolta. Non hai la sensazione di essere uno dei tanti in mezzo a una folla, ma parte di un gruppo che si sta davvero confrontando.
E quando si lavora nel digitale questo conta.
La SEO, le Ads, l’AI, la comunicazione e il marketing sono materie tecniche, certo. Richiedono studio, metodo, aggiornamento continuo. Io stesso passo gran parte del mio tempo tra analisi, dati, contenuti, keyword, campagne, tracciamenti e siti web.
Ne parlo spesso anche nel mio blog.
Però la tecnica, da sola, non basta.
Puoi essere bravissimo a leggere una Search Console, a impostare una campagna, a costruire una strategia editoriale, a ottimizzare una pagina o a interpretare un dato. Se poi perdi la capacità di parlare con le persone, ascoltare, confrontarti e creare fiducia, stai lavorando con metà degli strumenti che servono davvero.
Prima il professionista, ma ancora prima la persona
A Otellinando ho ritrovato volti conosciuti, colleghi che senti spesso online, persone con cui magari hai condiviso call, messaggi, discussioni tecniche, battute su LinkedIn o confronti sparsi nel tempo.
Poi ne ho conosciute di nuove.
E questa è una parte che mi porto a casa con immenso piacere: la possibilità di dare un volto, una voce e un contesto umano a tanti nomi che, nel nostro lavoro, rischiano di rimanere confinati dentro una foto profilo.
Che poi, diciamolo, noi consulenti digitali con le foto profilo abbiamo un rapporto tutto nostro. Ne ho parlato anche quando mi sono chiesto perché abbiamo tutti la foto istituzionale con le braccia conserte.
La verità è che online tendiamo a presentarci sempre nella nostra versione più ordinata: bio scritta bene, competenze in fila, foto professionale, tono sicuro, magari pure un claim studiato.
Poi dal vivo scopri la parte migliore.
La battuta detta al momento giusto. L’aneddoto che non finirà mai in un post LinkedIn. Il confronto tecnico nato per caso davanti a un caffè. La riflessione che ti resta in testa mentre torni a casa. Il collega che conoscevi “di nome” e che scopri molto più vicino a te di quanto immaginassi.
Per me il valore di questi eventi è qui.
Non solo nella formazione. Non solo nei contenuti. Non solo nei nomi presenti.
Il valore è nelle connessioni vere.
Confrontarsi fa bene, anche quando conferma i tuoi dubbi
Quando lavori tanto da solo o in piccoli gruppi, rischi di restare chiuso nella tua bolla.
Hai il tuo metodo, i tuoi clienti, i tuoi strumenti, le tue abitudini. Funzionano, certo. Ma ogni tanto serve uscire, ascoltare come lavorano gli altri, capire quali problemi stanno affrontando, quali soluzioni stanno testando, quali dubbi hanno.
Perché spesso scopri che le difficoltà sono condivise.
Le evoluzioni dell’AI, il cambiamento della ricerca online, la gestione dei clienti, il rapporto tra strategia e operatività, il valore reale dei contenuti, le nuove dinamiche della visibilità digitale: sono temi che nessuno può affrontare da solo pensando di avere sempre la risposta perfetta.
Il confronto serve proprio a questo.
A volte ti dà una nuova idea. A volte ti fa cambiare prospettiva. A volte ti conferma che una strada che stai seguendo ha senso. A volte ti costringe a rimettere in discussione qualcosa.
E questa è una cosa sana.
Nel digitale, chi pensa di aver capito tutto ha già iniziato a perdere terreno. Chi continua a fare domande, ascoltare e confrontarsi ha molte più possibilità di restare lucido.
La leggerezza è una cosa seria
Un altro aspetto che ho apprezzato è stato il clima.
Professionale, certo. Ma non ingessato.
Nel nostro settore siamo spesso sotto pressione: risultati da raggiungere, report da consegnare, clienti da seguire, campagne che non possono fermarsi, aggiornamenti continui, algoritmi che cambiano, strumenti che promettono miracoli e poi vanno capiti davvero.
In mezzo a tutto questo i momenti di leggerezza non sono un dettaglio.
Sono ossigeno.
Poter parlare di lavoro senza sentirsi sempre dentro una riunione. Poter scherzare con colleghi che vivono problemi simili ai tuoi. Poter condividere momenti informali con persone che capiscono al volo certe dinamiche, perché le affrontano ogni giorno.
Questa è una forma di networking che preferisco mille volte rispetto a quella forzata, da biglietto da visita consegnato come se fosse un volantino.
Le relazioni professionali migliori, almeno per come la vedo io, nascono spesso così: da una conversazione spontanea, da una risata, da una domanda sincera, da un confronto in cui nessuno deve vendere niente a nessuno.
Otellinando e il valore dei territori che si fanno vedere
Otellinando mi ha fatto pensare anche a un tema più ampio: i piccoli centri hanno bisogno di occasioni come questa.
Non solo sagre, feste tradizionali o appuntamenti turistici, che hanno già il loro valore. Anche eventi professionali, formativi, contemporanei, capaci di portare competenze e persone nuove dentro luoghi che spesso rimangono fuori dalle mappe del business digitale.
Un piccolo centro può diventare laboratorio. Può diventare punto di incontro. Può diventare una destinazione per chi vuole formarsi, confrontarsi e costruire relazioni.
Non serve scimmiottare le grandi città. Serve creare qualcosa di autentico, coerente con il luogo, capace di lasciare una traccia.
E quando questo succede il beneficio non è solo per chi partecipa.
È anche per il territorio.
Perché un professionista che arriva in un paese, lo attraversa, lo vive, ne parla, lo racconta, magari ci torna, magari lo consiglia. In un’epoca in cui tutti parliamo di visibilità, reputazione e presenza online, questo è marketing territoriale nella forma più concreta: persone reali che scoprono un luogo reale grazie a un’esperienza reale.
Quello che mi porto a casa
Da Otellinando mi porto a casa diversi spunti tecnici, perché quando metti insieme tanti professionisti validi qualcosa da imparare lo trovi sempre.
Mi porto a casa anche la conferma che il nostro settore sta cambiando a grande velocità e che restare fermi non è una possibilità.
Ma, prima di tutto, mi porto a casa le persone.
I colleghi rivisti. Quelli conosciuti per la prima volta. Le chiacchiere tra una sessione e l’altra. Le idee scambiate senza scaletta. I momenti leggeri. Le riflessioni nate quasi per caso.
Ancora un ringraziamento sincero a Fabio Antichi per aver reso possibile tutto questo. L’ho già ringraziato a voce, di persona, via WhatsApp, ma farlo anche qua mi sembra cosa buona e giusta. Organizzare un evento del genere non significa solo mettere insieme un programma. Significa creare le condizioni perché le persone si incontrino davvero.
E questa è una cosa molto più difficile di quanto sembri.
Perché alla fine sì, siamo SEO, advertiser, copywriter, marketer, consulenti, formatori, specialisti, professionisti del digitale.
Ma prima di tutto siamo persone.
E ogni tanto fa bene ricordarcelo lontano da una call, con un caffè in mano, in un piccolo centro che per due giorni ha dimostrato di poter ospitare grandi connessioni.
