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Quando perdi un cliente perché si affida a chi vende fuffa

di | 22 Apr 2026 | Vita da SEO

Ci sono cose che, se fai questo lavoro da un po’, prima o poi ti capitano. Una di queste è perdere un cliente non perché tu abbia lavorato male, non perché i risultati mancassero, non perché il rapporto si fosse incrinato, ma perché a un certo punto arriva il fenomeno di turno e gli racconta la favola giusta.

La favola del mese, di solito.

A me è successo 3 o 4 volte nel corso degli anni. Non parlo di clienti insoddisfatti, di progetti andati male o di rapporti chiusi naturalmente. Parlo di clienti con cui lavoravi da tempo, contenti, sereni, con risultati concreti, che a un certo punto vengono sedotti dall’improvvisato con la battuta pronta, il tono sicuro e la promessa impossibile.

Ed è lì che capisci una verità che all’inizio fa male, ma col tempo quasi diverte: non sempre perdi un cliente perché qualcuno è più bravo di te. A volte lo perdi perché qualcuno è più bravo a vendergli fumo.

Il venditore di fuffa ha sempre una frase perfetta

Chi vende fuffa raramente si presenta per quello che è. Non arriva dicendo: “Buongiorno, non ho un metodo, non ho esperienza reale, non ho idea di cosa farò sul tuo account, ma ho una gran faccia tosta”.

No. Si presenta bene. Anzi, benissimo. Ha sempre la frase che accende il cliente in cinque secondi.

“Ti intaso la posta di richieste”.

“Ti dimezzo il costo per clic”.

“Ti porto primo dappertutto”.

“Stai spendendo troppo, io con la metà faccio il doppio”.

“Il tuo attuale consulente lavora ancora in maniera vecchia”.

“Ho contatti diretti con Guuuugol”.

“Ho il cugino che lavora in Facebooook”.

“Con me non paghi la strategia, paghi il risultato”.

Questa è poesia commerciale allo stato puro. Peccato che, molto spesso, sia poesia scritta sulla sabbia.

Il problema è che certe frasi, per un imprenditore che non vive ogni giorno tra account pubblicitari, tracciamenti, landing page, qualità del traffico, query di ricerca, segmentazioni, feed, audience, eventi, conversioni e margini, suonano benissimo. Suonano semplici. E tutto ciò che è semplice, quando uno è stanco, preso dal lavoro e vuole vedere il telefono squillare, diventa tremendamente seducente.

Una tra le più pericolose è proprio quella sul costo per clic: detta così, sembra sempre una buona notizia. In realtà, senza capire bene che cosa succede dopo il clic, rischia di essere solo una scorciatoia da venditore. Ne ho parlato meglio anche qui: perché tracciare bene le campagne Google Ads fa la differenza.

Quando sei alle prime armi ci rimani male

Le prime volte ci rimani male davvero. E ci rimani male per un motivo molto umano: la prendi sul personale.

Ti dici che forse non sei stato abbastanza bravo a spiegare il valore del tuo lavoro. Ti chiedi se potevi fare di più, comunicare meglio, farti percepire in modo diverso. Ti resta addosso quella sensazione fastidiosa per cui pensi: “Ma come? Dopo tutto quello che abbiamo fatto insieme, basta uno con due slogan e mi sostituisce?”.

È normale.

Quando hai iniziato da poco, o anche quando hai già esperienza ma hai ancora un forte coinvolgimento emotivo nei progetti, il cliente che se ne va verso il venditore di fuffa ti lascia una specie di graffio professionale. Non tanto economico, o almeno, non solo. È proprio quella sensazione per cui ti pare che il tuo lavoro serio sia stato pesato meno di una promessa sparata bene.

Poi, per fortuna, cresci.

E a un certo punto smetti di viverla come un’offesa personale. Anzi, inizi quasi a tirare un sospiro di sollievo.

Poi capisci che, spesso, è una liberazione

Col tempo impari una cosa fondamentale: se un cliente è davvero disposto a lasciare un professionista serio, con cui si trovava bene, per correre dietro a chi promette miracoli a voce, quel cliente non lo stai perdendo. Lo stai filtrando.

Può sembrare dura, ma è così.

Perché chi si lascia incantare solo da frasi come “ti porto mille contatti in una settimana” o “io faccio campagne che si autopagano da sole”, molto spesso non sta cercando un professionista. Sta cercando qualcuno che gli dica esattamente quello che vuole sentirsi dire.

E lì non vinci con la competenza. Lì vince chi racconta la favola meglio.

Il bello è che, passata la prima fase, inizi persino a essere contento quando succede. Non perché godi nel vedere gli altri sbagliare, ma perché hai capito che tenerti stretto chi non capisce il valore del metodo, della pazienza, dei test, delle correzioni, della qualità del dato e della realtà dei numeri, alla lunga ti costa più energia di quella che ti rende.

Il copione è quasi sempre lo stesso

La scena, più o meno, è questa.

Il cliente sparisce un po’. Risponde meno. Ti fa domande strane, che di colpo sembrano uscite da un video motivazionale di marketing girato in macchina con gli occhiali da sole.

“Ma non è che si può abbassare tantissimo il costo per clic?”

“Ma non è che si può targettizzare tutti, così arrivano più richieste?”

“Ma non è che si può fare una campagna unica, tanto il prodotto è quello?”

“Ma non è che basta cambiare due parole e arriviamo primi?”

Traduzione: qualcuno ha già iniziato a parlargli.

Poco dopo arriva la comunicazione elegante, o meno elegante.

“Abbiamo deciso di provare una strada diversa”.

“Ci hanno proposto un approccio più aggressivo”.

“C’è una persona che ci ha garantito risultati molto forti”.

Una volta, giuro, il “grande esperto” che aveva convinto il cliente non aveva nemmeno la partita Iva. Ma aveva evidentemente una discreta fantasia. E, per qualche settimana, quella è bastata.

Quelli che “lavorano dentro le piattaforme”

Tra i personaggi migliori della categoria c’è lui: quello che “lavora direttamente con Google”.

Non si è mai capito in che senso.

Forse ha una cugina che una volta ha fatto un colloquio a Dublino. Forse ha scritto “Google Ads Specialist” nella bio di Instagram con tre emoji del razzo. Forse ha letto due articoli e poi ha sviluppato una sicurezza interiore invidiabile.

Subito dietro troviamo il suo collega: quello che “ha un contatto in Facebook”. Detto proprio così, Facebook, con quella pronuncia un po’ allungata, quasi solenne. Uno che nella narrazione sembra avere una linea rossa diretta con Menlo Park, quando poi magari il suo grande contatto è una mail automatica dell’assistenza.

E poi c’è l’immancabile mago del costo per clic. Quello che ti spiega che stai pagando troppo anche se non ha visto il mercato, la concorrenza, la qualità delle landing, il tasso di conversione, il valore del lead, la stagionalità, la geografia, il budget reale, la marginalità del cliente e nemmeno sa se il tracciamento funzioni bene.

Però ti dimezza tutto. Così. A sentimento.

Il problema non è perdere quel cliente

La parte più utile da capire, soprattutto se sei giovane o ti sei appena affacciato a questo mestiere, è questa: perdere quel cliente non è automaticamente una sconfitta.

A volte è solo la prova che stai lavorando in modo professionale in un mercato dove esistono anche scorciatoie narrative molto forti.

Chi fa questo lavoro seriamente sa che i risultati veri non si promettono al bar con una frase da effetto. Si costruiscono. Si misurano. Si correggono. Si difendono. E soprattutto si spiegano.

Certo, spiegare è più faticoso che promettere.

Dire a un cliente “serve metodo, serve tempo, serve capire bene i numeri, serve sistemare anche il sito, serve un tracciamento affidabile, serve distinguere tra traffico e richieste utili” è infinitamente meno sexy di “tranquillo, ci penso io”. E non è un dettaglio: spesso la differenza tra un progetto che porta volume e uno che porta clienti veri sta proprio qui. Non a caso avevo già approfondito questo aspetto parlando di keyword a coda lunga: meno volume, più clienti che pagano.

Per questo chi vende fuffa, all’inizio, può sembrare persino più convincente di chi sa lavorare davvero.

E se poi il cliente torna?

Qui arriva la parte che molti colleghi faticano a gestire, soprattutto all’inizio: il ritorno.

Perché capita eccome. Magari non sempre, ma capita. A me è successo due volte su quattro.

Dopo qualche mese il cliente si rifà vivo. A volte con discrezione, a volte con una faccia quasi contrita, a volte fingendo che non sia successo nulla. Il progetto è stato smontato, le campagne sono state trattate come una slot machine, il sito è stato toccato a caso, il tracciamento è saltato, sono stati buttati budget dove non aveva senso buttare e le grandi promesse si sono sciolte come neve al sole.

E lì bisogna essere molto chiari: rientrare non è come premere un interruttore.

Se prima, per rimettere in ordine e far crescere il progetto serviva 5, adesso non è detto che basti 5. Magari serve 10. E non perché tu voglia “vendicarti”, ma perché rimettere insieme i cocci costa davvero di più.

Io non prendo in mano progetti distrutti fingendo di fare il mago. Non vendo miracoli. Se trovo un account maltrattato, una struttura rovinata, dati sporchi, campagne senza logica, pagine toccate a caso e obiettivi confusi, il lavoro da fare è maggiore. Punto.

È come quando uno prova ad aggiustarsi la macchina da solo guardando due video online: smonta mezzo motore, rompe quello che funzionava e poi va dal meccanico. Il meccanico non gli fa pagare solo il tagliando. Gli fa pagare anche il tempo, la competenza e i danni da recuperare.

Nel nostro lavoro è identico.

Come gestirla senza diventare amari

Questo, per me, è il punto centrale. Perdere un cliente in questo modo non deve trasformarti in un professionista nervoso, sospettoso o rancoroso. Ti deve rendere più lucido.

Devi imparare a separare il tuo valore dalla decisione del cliente.

Devi ricordarti che il fatto che qualcuno scelga il venditore di fuffa non certifica che tu valga meno. Certifica che, in quel momento, il cliente ha preferito una promessa più brillante a una realtà più solida. Succede, fa parte del gioco.

Quello che puoi fare è usare questi episodi per migliorare tre aspetti.

Il primo: spiegare meglio il tuo lavoro. Non dare per scontato che il cliente capisca da solo la differenza tra metodo e improvvisazione.

Il secondo: mettere paletti. Chi ragiona solo di miracoli imminenti quasi sempre prima o poi mostra segnali. Impara a notarli.

Il terzo: non elemosinare ritorni. Se uno va via perché crede alle sirene, non inseguirlo. Lasciagli fare la sua esperienza. La realtà, in certi casi, è il miglior commerciale che tu possa avere.

Una piccola verità che fa bene ricordare

Nel nostro settore c’è una trappola pericolosa: pensare che ogni cliente perso sia un fallimento personale. Non è così.

Alcuni clienti li perdi perché il mercato cambia. Alcuni perché cambiano loro. Alcuni perché finiscono i budget. Alcuni perché fanno scelte opinabili. Alcuni perché arriva il pifferaio magico del digital e, per un attimo, la melodia sembra irresistibile.

Fa parte del mestiere.

La cosa importante è non perdere te stesso dietro a queste dinamiche. Non svenderti per paura. Non promettere l’impossibile per restare in partita. Non trasformarti in ciò che critichi solo perché, per un momento, sembra funzionare meglio.

Perché alla lunga la differenza emerge sempre.

E quando non emerge, pazienza. Non tutti i clienti sono clienti da tenere.

Chi ha iniziato da poco ha bisogno di sentirselo dire chiaramente: se ti capita, non stai sbagliando per forza. Non stai perdendo valore. Non sei meno bravo perché un cliente ha scelto il venditore di “ti faccio esplodere il business in tre giorni”.

Stai solo vedendo da vicino una dinamica vecchia quanto il commercio: c’è chi vende lavoro e chi vende illusioni.

Il punto è decidere da che parte vuoi stare.

E, personalmente, io preferisco mille volte stare dalla parte di chi lavora bene, anche a costo di perdere qualcuno per strada, piuttosto che dalla parte di chi dice “tranquillo, conosco uno dentro Guuuugol” e poi distrugge un progetto con la stessa leggerezza con cui lo aveva promesso.

Gian Gavino Buseddu

Gian Gavino Buseddu

SEO e Digital Strategist

Classe ’81, SEO & Digital Specialist. Ho fatto delle mie passioni il mio lavoro. Da 15 anni aiuto aziende, professionisti ed e-commerce a crescere tramite strategie organiche e di advertising.
Di me dicono: curioso, precisino, "quanto si mette una cosa in testa deve farla".
Ma ho anche dei difetti.